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Il termine
“travertino” deriva dal latino
“lapis tiburtinus”,la
“pietra di Tivoli”, così definita
perché estratta lungo l’Aniene alle
pendici dei monti di Tivoli. La
grande e antica cava de “Il Barco”,
utilizzata sin dal II secolo a.C.
dai romani, si estendeva lungo
l’ultimo tratto della via Tiburtina
subito prima di ponte Lucano, quindi
nel cuore dell’ager Tiburtinus. La
primitiva cava venne impiantata al
XV miglio (Km. 24) della via
Tiburtina in un'area pianeggiante
fra l’attuale località Albuccione e
ponte Lucano che era nota nel
Medioevo con il nome di campus Maior,
o Tiburtinus. L’area di scavo
antica, posta a sud-est di questo
grande affioramento, fu in attività
fino all’epoca Tardo-antica.
Già il geografo greco Strabone (58
a.C. - 23 d.C. ca.), che a lungo
aveva soggiornato a Roma, ricordava
(Libro V) che era assai facile “per
via di terra e di fiume” il
trasporto in questa città del lapis
tiburtinus. A cominciare dal periodo
che va dal II al I secolo a.C., il
travertino divenne il materiale
privilegiato dell’architettura
romana antica. In quel generale e
affascinante processo storico
attraverso il quale a Roma si dà
luogo, per dirla con Vitruvio, ad
una “tuscanicorum et graecorum
operum comunem ratiocinationem”
della quale emergono i modi
architettonici specificamente
romani, anche l’impiego del
travertino deve aver svolto una
funzione attivamente propulsiva.
Nell’antica Roma sotto l’Imperatore
Augusto il travertino romano fu
elevato al rango di materiale
\"nobile\", e fece la sua comparsa
nelle parti più importanti ed
appariscenti del Teatro di Marcello
(13 a.C.-11 a.C.), nella porta
urbana sull’Esquilino, detta
impropriamente \"Arco di Galliano\",
anche se nei templi veniva ancora
usato il marmo.
Dalla prima metà del I secolo a.C.
il travertino fu usato anche per
realizzare lavori in cui in passato
si utilizzava il marmo. Si capì che
una colonna in travertino non
avrebbe mai potuto avvicinarsi alla
perfezione nelle scanalature di una
marmorea, poiché il travertino è
bucherellato e quasi spugnoso.
Quindi occorreva fermarsi ad uno
stato di lavorazione meno
\"completo\" per puntare
sull’effetto complessivo e meno sui
particolari.
Il diffondersi di un nuovo gusto per
un’architettura basata su elementi
lavorati fino a stadi “pre-finali”
si sviluppò soprattutto nella
costruzione di opere realizzate tra
l’età di Tiberio e quella di Nerone
(sotto la dinastia Giulia-Claudia).
La massima applicazione del lapis
tiburtinus fu la realizzazione
dell’Anfiteatro Flavio, meglio noto
come il Colosseo, edificio che
rappresenta la massima espressione
dell’architettura romana, dove forme
e materiali esprimono chiaramente i
caratteri dello Stato romano, che si
ritrovano nei palazzi palatini,
nella villa dell’Imperatore Adriano,
e nelle Terme.
Successivamente alla costruzione del
Colosseo, l’architettura imperiale
iniziò ad accantonare un po’ il
travertino preferendo altri
materiali più adatti con la loro
cromaticità alla realizzazione di
architetture sempre più fastose. Le
cave caddero in disuso nel Medioevo
perché si diffuse la consuetudine di
riutilizzare reperti, colonne ecc.
degli antichi edifici romani che
vennero letteralmente spogliati e
distrutti. Il travertino, che li
ricopriva, era particolarmente
adatto ad essere staccato per fare
calce con cui costruire. Intere
generazioni di effossores lapidum
(scavatori di pietre) costituiti da
mastri muratori, lapicidi,
calciaioli riuscirono a sbarcare il
lunario per secoli distruggendo gli
edifici romani e ricostruendo. Tale
pratica andò avanti anche sotto
l’Umanesimo in cui veniva esaltato
il mondo classico; vennero disegnati
e copiati i monumenti romani che
tuttavia continuarono ad essere
spogliati dei loro materiali |